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    “L’amore mio non muore”: Saviano protagonista a Cagliari con la storia d’amore che sfidò l’orrore

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    Due serate speciali quelle appena trascorse al Teatro Massimo di Cagliari con L’amore mio non muore, secondo appuntamento della rassegna Pezzi Unici del CeDAC. Sul palco Roberto Saviano porta con sé tutto ciò che di buono offre la sua presenza in un teatro, insieme a tutto ciò che essa inevitabilmente comporta. Un’esistenza interamente dedicata all’impegno civile, la sua; una vita sacrificata sull’altare della denuncia contro le organizzazioni criminali. Una scorta cucita addosso da quasi vent’anni, a seguito di minacce di morte ricevute dopo la pubblicazione di Gomorra, il libro che lo ha fatto conoscere al grande pubblico.

    Scenografia minimalista: un tavolo e una sedia. Abbigliamento dai toni scuri, Saviano entra in scena tra gli applausi. Racconta sotto la luce di un riflettore. Un faro che fa luce su chi, da anni, ha come unico obiettivo quello di fare luce. Sul palco del teatro cagliaritano, sfumata e alleggerita da alcune digressioni, il celebre scrittore napoletano porta una piccola grande storia. Una storia d’amore che si trasforma in tragedia. Una di quelle storie in cui non c’è lieto fine, perché il male è talmente grande da non lasciare alcuno spazio al bene.

    A occupare la scena, anche in maniera concreta, proiettata alle spalle di Saviano per un lungo tratto del monologo, è la figura di Rossella Casini, una giovane studentessa fiorentina che, a un certo punto della sua vita, si imbatte in una realtà che vorrebbe controllare ma che inevitabilmente sfugge a ogni tipo di controllo. È il sistema malavitoso della ’ndrangheta, una delle organizzazioni criminali più feroci nate in Italia, quanto di più lontano possa esserci dalla giustizia e dalla legalità. 

    Rossella crede che il suo amore per lo studente di cui si è innamorata a Firenze, Francesco Frisina, cresciuto nella Piana di Gioia Tauro e figlio di genitori legati al clan dei Gallico, sia tanto forte e potente da fermare una sanguinosa faida familiare, da ribaltare un destino già scritto. È una bella sfida, quella della giovane studentessa di pedagogia; un intento nobile. Il suo sogno, che nasconde un mix di ingenuità e sfrontatezza, si scontra però con la dura realtà. Rossella viene definita “straniera”, la sua sfida al sistema non è tollerata, viene decretata la sua fine.

    Rossella annuncia al padre il suo rientro a Firenze, ma sparisce misteriosamente nel nulla a Palmi il 22 febbraio 1981. Saviano le restituisce un volto e una voce da offrire al pubblico dopo un attento lavoro di ricerca, destreggiandosi abilmente tra testimonianze, intercettazioni, inchieste e relative sentenze. Il suo corpo non è mai stato ritrovato, ma è riconosciuta dallo Stato come vittima di ’ndrangheta. Come dichiarato da un collaboratore di giustizia, Rossella fu rapita, stuprata, smembrata e gettata in mare. In una vicenda che nasconde tanti colpevoli, il paradosso è che nessuno è stato condannato per insufficienza di prove.
    «È la storia d’amore più drammatica e potente in cui mi sia imbattuto», afferma Roberto Saviano, e questo traspare dall’intensa narrazione dello scrittore napoletano, che a teatro regala novanta minuti di luce e memoria a una storia finora sconosciuta ai più. Una storia che, pur essendo considerata una “favola nera”, parla tanto di amore. Un amore che va oltre «il tradimento, lo schifo e la tragedia». Un amore che viaggia in parallelo all’orrore e che, anche quando questo tenta di soffocarlo, resiste negli ambienti più ostili e violenti e di fronte alle ingiustizie.

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