C’è una Sardegna che continua a discutere di spopolamento, di giovani che partono e di imprese che chiudono. E poi c’è una Sardegna che ogni mattina aspetta inutilmente un muratore, un elettricista, un idraulico. Le due storie sono la stessa storia.
È difficile immaginare un paradosso più evidente. Da una parte migliaia di imprese cercano personale qualificato senza trovarlo. Dall’altra migliaia di giovani prendono un aereo verso Berlino, Parigi, Madrid o Dublino alla ricerca di un futuro. Non perché nell’Isola manchi il lavoro, ma perché manca un sistema capace di valorizzarlo.
Il punto non è stabilire se sia più dignitoso servire ai tavoli di un ristorante europeo o installare un impianto fotovoltaico in Sardegna. Ogni lavoro merita rispetto. La vera domanda è un’altra: perché una regione che avrebbe bisogno disperato di artigiani continua a esportare giovani e a importare muratori, carpentieri ed elettricisti?
La risposta non può essere ridotta al luogo comune secondo cui “i giovani non hanno voglia di lavorare”. Sarebbe un’analisi superficiale. Se migliaia di ragazzi scelgono l’estero è perché cercano stipendi migliori, maggiori prospettive di carriera, servizi più efficienti e la possibilità di costruirsi un futuro senza sentirsi intrappolati nella precarietà.
Ma sarebbe altrettanto miope ignorare le responsabilità della politica e delle istituzioni.
Negli ultimi vent’anni la formazione professionale è stata progressivamente indebolita. Gli istituti tecnici e professionali hanno perso attrattività, molti laboratori sono rimasti fermi a tecnologie ormai superate e la programmazione dei corsi regionali ha spesso accumulato ritardi incompatibili con le esigenze delle imprese. Così mentre il mercato chiedeva competenze su domotica, energie rinnovabili, automazione e impiantistica avanzata, il sistema formativo continuava a inseguire il passato.
A tutto questo si aggiunge un altro elemento che pesa come un macigno: il costo di fare impresa.
Un artigiano oggi non deve soltanto saper costruire una casa, installare un impianto o riparare una caldaia. Deve trasformarsi in commercialista, consulente del lavoro, esperto di sicurezza, conoscitore di norme ambientali e amministrative sempre più numerose. Ogni adempimento richiede tempo, denaro e competenze. Ogni autorizzazione può trasformarsi in settimane di attesa. Ogni controllo aggiunge nuovi obblighi documentali. La burocrazia, nata per garantire legalità e trasparenza, troppo spesso finisce per scoraggiare chi produce ricchezza.
Non meno gravoso è il peso della fiscalità.
L’Italia continua a essere tra i Paesi europei con il più elevato carico fiscale e contributivo sul lavoro. Per una piccola impresa artigiana il costo di un dipendente è spesso molto più alto di quanto quest’ultimo percepisca in busta paga. A questo si aggiungono imposte, contributi, assicurazioni, adempimenti e anticipazioni fiscali che comprimono la liquidità e riducono la capacità di investire. Non sorprende, quindi, che molti giovani vedano nell’attività artigiana un percorso rischioso, mentre altri imprenditori rinuncino ad assumere pur avendo ordini da soddisfare.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Le aziende rinunciano alle commesse perché non trovano personale. I tempi dei cantieri si allungano. Le famiglie aspettano mesi per una semplice ristrutturazione. Gli artigiani invecchiano senza trovare qualcuno cui trasmettere competenze costruite in decenni di esperienza.
Nel frattempo sono sempre più numerosi i lavoratori stranieri che tengono in piedi il comparto delle costruzioni. È un fenomeno che non dovrebbe essere letto con diffidenza, ma con realismo. Senza il loro contributo molti cantieri si fermerebbero. Il problema non è che arrivino lavoratori dall’estero. Il problema è che il sistema economico e sociale non riesca più a convincere abbastanza giovani sardi a intraprendere quelle professioni.
L’economia, però, non aspetta. Se un posto resta vuoto, qualcuno finirà per occuparlo. Se una competenza non viene trasmessa, qualcun altro la porterà. È il funzionamento naturale di un mercato aperto.
La vera sconfitta sarebbe assistere passivamente alla scomparsa dei mestieri che hanno costruito la Sardegna.
Servono investimenti nella formazione professionale, laboratori moderni, un forte collegamento tra scuola e impresa, apprendistati realmente qualificanti e retribuzioni capaci di rendere attrattivi questi mestieri. Ma serve anche il coraggio di affrontare due nodi che da troppo tempo soffocano chi produce: una pressione fiscale spesso insostenibile e una macchina burocratica che rallenta gli investimenti, scoraggia le assunzioni e consuma energie che potrebbero essere dedicate all’innovazione e alla crescita.
Perché una terra che perde i propri artigiani perde molto più di qualche posto di lavoro. Perde competenze, capacità produttiva, autonomia economica e identità.
La Sardegna non ha bisogno di assistere impotente alla partenza dei suoi giovani mentre cerca disperatamente manodopera altrove. Ha bisogno di rimettere al centro il valore del lavoro, della competenza e dell’impresa. Perché il futuro dell’Isola non si costruisce soltanto nei grandi piani di sviluppo o nei convegni istituzionali: si costruisce nelle officine, nei laboratori, nei cantieri e nelle botteghe. E senza mani capaci, nessun futuro potrà mai essere edificato.






