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Arbus, sabato 5 settembre nel “Museo Antonio Corda – Arti e Mestieri Antichi della Sardegna” è stata presentata la prima Mostra delle opere di Sara Fanari 

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Un pubblico di appassionati e curiosi ha assistito sabato pomeriggio 5 settembre alla presentazione e alla prima visione della mostra di Sara Fanari. Una mostra che si allontana dai canoni tradizionali in quanto a contenuti e per questa ragione ha suscitato fra i presenti curiosità, perplessità e apprezzamenti. “Il Museo, afferma il proprietario Antonio Corda, apre la porta e gli spazi ai nuovi artisti, accollandosi le spese di gestione per la presentazione delle loro opere negli spazi museali” In sala dopo l’intervento di Antonio Corda, che ha fatto gli onori di casa ringraziando l’”artista” per la partecipazione, la presentazione della mostra e dell’artista, che però non si riconosce in tale appellativo, è stata fatta dal Prof. Gianfranco Montisci che ha saputo calibrare perfettamente il suo intervento di alta valenza culturale citando diversi filosofi e scuole di pensiero per cercare di interpretare il pensiero di Sara Fanari. E’ stata poi la volta di Sara Fanari che ha illustrato le sue emozioni e sensazioni nel presentare le opere il cui significato rimane comunque un mistero. Nell’introdurre il suo discorso ha voluto ringraziare il proprietario del Museo e l’aiuto che ha ricevuto per l’organizzazione della Mostra. Riportiamo alcuni passaggi del suo intervento: “In realtà, ha asserito Fanari, non so nemmeno bene cosa dovrei dire durante l’inaugurazione di una mostra, anche perché non sono un artista. Non penso adesso disegno questo o adesso scrivo una poesia, adesso faccio un quadro. Ho iniziato a disegnare e a scrivere e a fare queste cose in maniera spontanea. Non perché avessi deciso di fare l’artista, ma perché mi serviva”.

“Questa mostra, ha continuato, è divisa in tre stanze che si connettono tra loro. La prima è la stanza del nero. È nell’oscurità che qualcosa si forma prima di poter essere visto. Nell’oscurità troviamo soprattutto depressione, odio e tutte quelle cose che normalmente vengono considerate negative. Però l’oscurità non è soltanto questo. L’oscurità riscalda, nasconde e protegge. Ed è proprio in questa oscurità che misteriosamente sono uscite delle idee, delle immagini, dei pensieri. Quindi anche nella stanza che forse contiene più odio, c’è anche amore. C’è protezione e depressione. E forse niente è soltanto positivo o soltanto negativo”.

“Poi c’è la stanza del bianco e qui c’è più luce. E la luce a me personalmente fa più paura dell’oscurità perché nella luce si viene visti e diventare visibili significa anche diventare vulnerabili. Rivelarsi significa esporsi, uscire da qualcosa che ti protegge e permettere agli altri di guardarti. Però nella stanza bianca c’è anche più amore e lentamente si scopre che pur essendo tutti parte di qualcosa siamo anche tutti diversi. E questa cosa può essere uno scontro o anche una scoperta”. 

“C’è la stanza del rosso, il sangue e qui forse diventa più importante cercare le contraddizioni invece di cercare continuamente di risolverle, abbandonarsi un po’, fidarsi senza dover necessariamente razionalizzare tutto, capire che non è necessario capire tutto. E c’è l’amore che ritorna ma insieme all’amore ritorna anche il mistero e ci sono gli altri. Una parte di me vorrebbe rimanere protetta mentre un’altra vorrebbe rischiare”.

“Avventurarsi, ascoltare gli altri e vedere cosa succede quando qualcosa che era soltanto mio

entra in relazione con qualcos’altro. In realtà però queste tre stanze non sono separate. Un po’ di nero dentro il bianco, un po’ di bianco dentro il rosso. Il rosso può tornare nel nero. Non si va semplicemente dal passato verso il presente e poi verso il futuro. Tutto si concentra e tutte le stanze sono contemporaneamente una parte di me. Ogni stanza è contemporaneamente tutte le altre stanze e in qualche modo è anche fuori dal tetto. Forse sono anch’io un po’ così. Sono nel corpo di una ragazza di 27 anni però mi sento contemporaneamente una bambina e allo stesso tempo mi sento fuori dal tetto. A volte mi sento come se fossi un’entità proveniente da

altri mondi che contemporaneamente vive in questo. Ci sono tanti mondi e tante dimensioni fantastiche e quello che scrivo arriva anche da lì. Non so bene come spiegare questa cosa. Forse non va spiegata ma forse va solamente sentita”.

“Anche la bambina che compare nella mostra non rappresenta semplicemente il passato. La bambina è ancora qui e ci sarà sempre. Il gioco non è solo una costruzione di abilità, una preparazione o una imitazione del mondo adulto. È un portale magico e i bambini hanno la magia di cui noi adulti ci siamo scordati”. Essere umani significa essere adulti ma essere anche bambini. Poi c’è un’altra cosa che mi interessa molto, l’errore. Questa mostra ha tante imperfezioni. Ci sono oggetti rovinati, graffi, ammaccature, tratti sbagliati e non mi dispiace particolarmente. Anzi, forse è proprio l’errore che mi ispira di più. È nelle cose sbagliate che a volte trovo ispirazione e creazione. E questa mostra in fondo è una delle cose che non avevo previsto.  Però so che era necessario farlo. Spesso mi sento come se qualcun altro come ha detto il professor Gianfranco usasse le mie mani mentre dipingo o scrivo. Non so. La mia mostra è un mistero anche per me”. 

Una mia curiosità: i dipinti sembrano fatti da una bambina delle scuole primarie, in realtà, dopo aver fatto le foto e zumando verso l’interno ci si accorge la perfezione delle linee e suscitano emozioni di vario tipo e talvolta angoscia, sembrano usciti da un incubo tutto da decifrare. Anche le poesie oltre che essere originali sono molto profonde e forti come impatto emotivo. Una a titolo d’esempio:

Quanto è 

Divertente

Vedermi

Appesa

A testa 

In giù 

Non mi pento

 Di nulla

Un dipinto
La locandina di presentazione
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