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    Sanità, istruzione, lavoro: la Sardegna muore nel silenzio delle istituzioni e dei cittadini

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    La nostra Isola sta morendo lentamente ma inesorabilmente. Una politica scellerata la sta portando sull’orlo del precipizio. Abbiamo un tasso di descolarizzazione altissimo, studenti che non vogliono più andare a scuola e professioni che stanno scomparendo lasciando spazio al deserto della grande distribuzione.

    Le persone lasciano i paesi – o la regione – ma alla fine per la politica, va tutto bene. Il trucco è sempre lo stesso: il silenzio, la rassicurazione costante per nascondere ciò che accade veramente e far stare tranquille le persone che in passato occupavano le piazze, le scuole e i municipi per rivendicare i propri diritti.

    In una regione come la nostra, che ha tanto da dare ma poco da dire, continua anche il taglio di servizi. Il più clamoroso – ma decisamente in sordina rispetto alla gravità della situazione – è la chiusura del pronto soccorso dell’ospedale di San Gavino Monreale. Avete letto bene: chiuderà parzialmente per carenza di organico il prossimo 20 novembre – cioè lunedì prossimo – e domani l’assessore Doria spiegherà il perché ai sindaci del territorio. L’appuntamento è alle 15:00 a Sanluri in via Ungaretti. Si dice che ci saranno centinaia di persone per manifestare il dissenso all’assessore Doria ma pare che nulla si possa fare.

    Il motivo della chiusura sarebbe infatti la richiesta di mobilità da parte di alcuni medici per trasferirsi a Cagliari. Tutto lecito, ci mancherebbe, tranne per il fatto – inoppugnabile – che si lascia un presidio indispensabile chiuso e tante persone (il bacino dell’Ospedale di San Gavino è di circa 130.000 persone) dovranno recarsi a Cagliari o Monserrato, dove già i pronto soccorso sono ingolfati.

    La “scusa” è sempre la stessa: non ci sono medici. Eppure nel privato questa penuria non esiste. E questa assenza di medici esclusivamente nella sanità pubblica non ha minimamente intaccato i pensieri e la coscienza della politica italiana considerato che si continua a persistere con il numero chiuso alla Facoltà di Medicina e relative specializzazioni (un capitolo a parte andrebbe aperto sulla qualità e sugli argomenti dei test di ingresso) e contemporaneamente, per tamponare le assenze, si cerca di reclutare medici provenienti dall’estero, sembrerebbe addirittura da Cuba.

    Probabilmente qualcuno dei nostri illuminati politici attuali dimentica che la “selezione naturale” degli studenti arriva direttamente dall’università: chi non studia, solitamente, non va avanti e non si laurea. Invece si mantiene un numero chiuso che ha il profumo di “casta” da salvaguardare, come accade per altre professioni e attività. Ma si sa, la politica attuale è costellata di personaggi che poco hanno a che fare con i padri costituzionalisti, il cui sogno era una nazione fatta di politici attenti e preparati e che avevano a cuore il bene comune.

    Ma attenzione a non scaricare le responsabilità solo sulla politica di Roma o di Cagliari. Tutto questo caos è anche una nostra responsabilità: ormai non abbiamo più il coraggio di scendere in piazza per rivendicare i nostri diritti. Non dimenticate infatti che l’Art. 32 della Costituzione recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Ci rendiamo conto che non è così e che stanno venendo violati i nostri diritti basilari?

    I tempi cambiano: a Buggerru nel 1904 i nostri bisnonni persero la vita per il diritto alla sicurezza sul posto di lavoro. Scioperarono 2.000 persone per un diritto inviolabile, mentre oggi noi siamo in grado di rivendicare il nostro diritto alla salute e alla vita.

    Non abbiamo capito che questa classe politica è concentrata solo sulle elezioni (e su tornaconti personali dei candidati, basta guardarsi in giro per averne fulgidi esempi a due passi da noi) e poco importa se il presidio di San Gavino Monreale, come quello di Isili, possa rimanere aperto o chiuso.

    Certo è che a farne le spese saranno i più deboli, i più fragili, i più poveri: le persone malate che hanno bisogno di cure immediate (e non possono affrontare il salasso di una o più visite in privato) perché la politica foraggia un sistema che mette al primo posto l’economia e non il benessere dei cittadini. Anche le ASL devono avere conti in positivo: non sarebbero meglio dei conti a perdere, ma con le cure garantite per tutti in tempi rapidi? Ai politici con lo stipendio pagato da noi, questo discorso interessa poco.

    E i sindaci del territorio ancora una volta sono tra incudine e martello. Alcuni sono proiettati alle candidature alle regionali e tacciono per convenienza, altri non possono prendere posizione perché fanno parte di quei partiti che sono alla guida della Regione e non possono criticare il sistema che li ha elevati e altrettanto rapidamente li farebbe fuori politicamente.

    Ma se tutto questo sta succedendo nel completo silenzio e disinteresse generale è solo colpa nostra. Ancora una volta ci adagiamo, crediamo a quanto ci dicono dai palazzi del potere e non muoviamo un dito per far cambiare qualcosa. Diventa complicato, con queste premesse, lamentarsi: non siamo più capaci di scendere in piazza – investendo qualche ora del nostro tempo – ma solo di scrivere qualche sporadico post di protesta su Facebook. Forse ci meritiamo i rappresentanti del popolo che stanno sfasciando la nostra Regione e un intero Paese.

    Fausto Orrù
    Simone Usai

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