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    Elezioni Regionali: chi ha paura del voto disgiunto?

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    Mancano pochi giorni alle Elezioni Regionali in Sardegna: domenica 25 febbraio si vota per l’elezione del nuovo Presidente e per il rinnovo del Consiglio Regionale.

    La legge elettorale per le Regionali prevede un unico turno con voto di lista, la possibilità di esprimere una preferenza (o due, purché di sesso diverso) all’interno della lista prescelta, e voto per il candidato presidente, su un’unica scheda. È consentito il voto disgiunto: si può quindi esprimere la preferenza per una lista e per un candidato presidente non collegati fra loro. 

    Il concetto di voto disgiunto spesso suscita dibattiti accesi e opinioni contrastanti e anche in questa campagna elettorale non fa eccezione. Tuttavia, è importante riconoscere che questa pratica rappresenta un elemento fondamentale per garantire un’effettiva espressione democratica e la rappresentatività degli eletti.

    In un sistema democratico sano, il voto disgiunto svolge un ruolo cruciale nel consentire agli elettori di esprimere pienamente le proprie preferenze politiche e di influenzare la composizione dei vari organi elettivi. Permette, infatti, di votare una coalizione (o un Presidente) in coerenza con le proprie ideologie politiche – se ancora si può parlare di ideologie nel 2024 – e contemporaneamente dare la propria fiducia a un candidato consigliere slegato dal Presidente (e spesso imposto dalle segreterie di partito non su base meritocratica ma su altri calcoli “meno nobili”).

    La possibilità di votare liberamente per un candidato ritenuto meritevole dal singolo elettore, slegando l’elettore stesso dagli ordini calati dall’alto, favorisce la diversità e la rappresentatività dei territori all’interno del Consiglio Regionale.

    Perché allora il voto disgiunto sembra far tanta paura, nel 2024?

    Nelle ultime tre tornate elettorali in Sardegna, ma anche in tutte le Elezioni Comunali nei centri sopra i 15.000 abitanti, il voto disgiunto è stata una pratica diffusa capace talvolta di sovvertire le previsioni. Ad esempio nel 2014, quando Francesco Pigliaru, candidato del centrosinistra, ottenne quasi 24.000 voti personali in più ottenuti rispetto a quelli della coalizione; al contrario Ugo Cappellacci, candidato dal centrodestra, andò peggio dei suoi alleati: 6.954 voti in meno. Questa differenza assicurò la vittoria del primo sul secondo: le liste di centrodestra ottennero più consensi rispetto al centrosinistra (quasi 10.000 voti in più), ma vennero sconfitte comunque.

    E allora possiamo dire che il voto disgiunto, previsto dalla legge elettorale attuale e perfettamente regolare e lecito, non debba essere un tabù e al contrario debba essere incoraggiato come arma contro l’astensionismo. In tanti decidono di non votare perché non si sentono rappresentati o perché delusi: avere una “possibilità in più” incoraggia le persone a tornare alle urne per sostenere il singolo candidato, anche se schierato da una coalizione che non voterebbero mai. Alcuni sostengono che questo possa causare confusione tra gli elettori. Altri addirittura suggeriscono che da parte dei candidati sia scorretto parlare di voto disgiunto. Altri ancora che favorisca la frammentazione politica.

    Tuttavia, queste “preoccupazioni” possono essere affrontate attraverso campagne informative (e non col silenzio imposto dai partiti) e con un’educazione civica più approfondita, che aiuti gli elettori a comprendere appieno il funzionamento del sistema elettorale e a prendere decisioni informate. E soprattutto, contribuisce a eleggere i candidati ritenuti migliori dai cittadini, e non quelli calati dall’alto da segreterie troppo spesso lontane dai territori.

    E forse è proprio per questo che il voto disgiunto fa così tanta paura.

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