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    Arbus – Festa di San Sebastiano, patrono di Arbus: chiacchierata con il Parroco Don Daniele Porcu

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    Ancora una volta, la tradizione è stata salvaguardata, grazie all’Iniziativa della Parrocchia di San Sebastiano e un apposito Comitato dei festeggiamenti presieduto dal Parroco Don Daniele Porcu. Le manifestazioni sono state prevalentemente di carattere religioso, ma non sono mancate tuttavia altre pregevoli iniziative come il concerto vocale e strumentale Misa a Buenos Aires – Misatango di Robert Palmieri per voce e coro, bandoneon e orchestra, tenutosi il 14 gennaio all’interno della chiesa dedicata al santo e al quale hanno assistito con attenzione e interesse tante persone. Come sempre il momento più atteso era l’accensione del falò in onore di San Sebastiano e non ha deluso le aspettative dei numerosi presenti. L’accensione e la benedizione del falò come tradizione è avvenuta, dopo il rintocco dell’Ave Maria nell’area prospiciente l’anfiteatro comunale. Subito dopo ha avuto inizio la “paninata” attorno al fuoco con l’intrattenimento musicale a cura del gruppo “A ballare”, con Roberto Fadda e il cantante Emanuele Bazzoni.  Sulla festa di San Sebastiano patrono di Arbus abbiamo fatto una chiacchierata col Parroco della Parrocchia di San Sebastiano Don Daniele Porcu.

    La festa del santo Patrono di Arbus, San Sebastiano, è ricordata soprattutto per l’accensione dei grandi falò rionali. Anticamente nei vari riunioni, già diversi giorni prima della festa, che ricorre il 20 di gennaio, adulti e ragazzi si davano un gran da fare per procurare la legna per la preparazione del loro falò. Era una vera e propria sfida tra rioni a chi realizzava il falò più grande, tradizionalmente sormontato da un grosso ramo d’arancio. Da alcuni anni ormai, vuoi per la mancanza di spazi, vuoi per la mancanza di persone disposte ad impegnarsi per la costruzione del grande fuoco, i falò sono pochissimi. Sono soprattutto comitati costituiti per l’occasione a mantenere viva una tradizione secolare. Da quando Lei è stato nominato Parroco di Arbus abbiamo avuto l’impressione che la parte religiosa sia stata valorizzata e ben integrata con manifestazioni di tipo civile. Conferma la nostra impressione? Com’è andata quest’anno la festa?

    “L’origine è stata sempre legata al culto pagano poi cristianizzato. La chiesa cristiana ha sempre valutato e proposto il falò come momento di preghiera, di incontro all’interno delle comunità. Il fuoco ha delle origini molto antiche. Il fuoco purifica, risana, riscalda. I falò legati a san Sebastiano hanno proprio questa dimensione. Anche la peste nei secoli passati si combatteva generalmente con l’uso del fuoco. Quindi mi viene da dire che il falò realizzato in occasione della Festa di San Sebastiano sia uno dei momenti religiosi per eccellenza. Il fuoco ha una sua importanza, un suo spazio riservato anche da un punto di vista religioso. Quando sono arrivato ad Arbus il tentativo è stato quello di voler mettere in ordine un po’ la festa del Patrono. San Sebastiano era relegato a quella che era la festa del 20 non c’era neanche la possibilità di incontro, forse perché essendo una festa invernale e fredda è sempre stata limitante per creare delle manifestazioni da vivere all’esterno, soprattutto in un contesto in cui i falò sono venuti un pochino meno. Si è passati da un numero importante riferito ai diversi rioni a uno o due falò accesi il 19 sera in memoria di san Sebastiano. Noi abbiamo voluto rimettere al centro la festa del patrono valorizzando la tradizione popolare e cercando di capire l’orientamento su cui essa dovrebbe tendere. La ricorrenza di San Sebastiano dovrebbe essere meglio definita per comprendere la motivazione del perché i nostri padri lo hanno scelto questo santo come patrono. Sicuramente nel discernimento ha un’importanza il messaggio pastorale che san Sebastiano martire riesce a dare alla comunità. E cioè la testimonianza fino alla fine del martirio e poi l’esperienza di una fede autentica, vissuta, incarnata, una fede del quotidiano”.

    Si può migliorare la festa con una maggiore integrazione fra parte religiosa e parte civile?

    “La parrocchia da sola non può fare tanto. È stato necessario il contributo di diversi uomini e donne, in modo particolare delle persone che fanno parte dei comitati della festa della Madonna d’Itria e di Sant’Antonio, già coinvolte nell’attività pastorale della parrocchia, hanno voluto mettersi a disposizione anche per la festa del patrono. Devo dire che si fa sempre più fatica a trovare delle persone disponibili per mettersi al servizio dell’altro. Tanti sono disposti a dare utili consigli, ma poca disponibilità ad impegnarsi direttamente a far qualcosa per la comunità. Colgo l’occasione per ringraziare chi per giorni si è adoperato per rendere bella la festa. Per quanto riguarda invece il calo di presenze, penso sia dovuto un po’ ad un calo che riguarda molte realtà dell’associazionismo. Si fa più fatica”.

    Nella foto Don Daniele Porcu

    Cicli e ricicli storici? A periodi di forte impegno seguono poi periodi di stanchezza?

    “Esatto, è necessario sensibilizzare continuamente la comunità a fare del proprio meglio. Io dico sempre questo. “Non ci aiuta il molto di pochi, ma il poco di molti”. Se ognuno fa la sua parte tutto è più bello e più coinvolgente. Oltre alle manifestazioni religiose culminate con la Santa Messa solenne presieduta da S.E. Mons. Mosè Marcia, Vescovo emerito di Nuoro, concelebrata con i sacerdoti di Arbus e animata dal coro “San Sebastiano”, sono stati programmati anche degli altri momenti che avevano l’intento di raggiungere le periferie della comunità, cioè coloro che magari fanno un po’ più di fatica ad affacciarsi a quella che è una proposta liturgica celebrativa. Sono state delle proposte molto varie che hanno voluto raggiungere un pochino tutti. Come l’aver voluto mettere a confronto culture diverse. È il caso del concerto vocale e strumentale “Misa a Buenos Aires”. Era il tango adattato a quella che era una Messa. Una proposta culturale molto alta con personaggi di particolare importanza anche a livello regionale e nello scenario nazionale. Dio si può incontrare anche attraverso la bellezza: l’arte, la musica, la poesia”.

    Se l’obiettivo era quello di valorizzare l’aspetto religioso della festa possiamo dire che sia stato raggiunto?

    “Dal punto di vista religioso mi reputo soddisfatto in termini sicuramente di partecipazione e di coinvolgimento delle persone, nel senso che è stata una festa della comunità ed era l’obiettivo che volevamo raggiungere. Abbiamo cercato di coinvolgere le varie realtà della comunità e metterle in dialogo tra di loro sia nei giorni della preparazione alla festa che nel giorno del santo patrono. Si è avvertita comunque la mancanza dei più giovani, segno forse anche del fatto che la festa di san Sebastiano ripresa in quest’ultimo periodo ancora deve rifare storia nella vita di coloro che non l’hanno mai conosciuta e non l’hanno mai vista. Sull’organizzazione della festa ci vuole comunque un confronto perché è soltanto nel confronto che si può crescere. Chiaramente il confronto implica un abbandono di certe posizioni. Faccio un esempio. Si dice spesso: “abbiamo sempre fatto così”. É vero che è la risposta più ovvia, ma è anche vero che il tempo è cambiato e anche le situazioni sono cambiate e le persone stesse sono cambiate. Allora il confronto si deve aprire ad un dialogo costruttivo che contempla anche la critica positiva. La critica quando è positiva permette alla comunità una crescita maggiore. La critica positiva arricchisce, stimola il confronto, stimola le varie parti a mantenere l’attenzione alta sulla qualità delle cose. Nel nostro caso stiamo parlando di santi; si sta parlando di celebrazioni che toccano la vita e la fede della gente. Allora come chiesa, anche in uscita, queste sono occasioni per poter incontrare e anche evangelizzare. Evangelizzazione non è soltanto ricevere i sacramenti anzi quella non è evangelizzazione, è una parte; evangelizzare è la capacità di fare un annuncio e di raggiungere le persone parlando di quest’annuncio che continua ad essere l’annuncio di Gesù”.

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